(Bruce Willis nel seguito de “il sesto senso”).
Metti una sera all’oasi del gelato. Che non è un posto dove vendono gelati, ma è il cinema Orfeo di Milano, campione di temperatura artica e detentore del trofeo “scopri la differenza” grazie a correnti che gettano su ogni spettatore l’equivalente di 480 frigorie (per persona).
Metti che nonostante la controinformazione sostenga che nessun aereo si sia schiantato in Pennsylvania e i suoi passeggeri siano stati abbandonati all’ikea di Liscate (che manco a farlo apposta non esiste) tu abbia voglia di assistere a una ricostruzione basata sulla commissione di inchiesta ufficiale sull’11 settembre.
Metti anche tre fotomodelle nei posti appena dietro al tuo che si aspettavano “la storia, nel senso che qui manca Tom Cruise che risolve le cose” e argomenti simili. E questo non per dire che le fotomodelle sono piacevoli, ma irrimediabilmente escluse dal Disegno Intelligente, ma per dire che persino degli oggetti d’arredamento con le gambe possono cogliere la novità espressiva di Greengrass.
Che ha avuto l’astuzia di non beatificare alcun gesto, di non esaltare alcun personaggio, né di caricaturare i famosi cattivi. La camera è quasi sempre una soggettiva, ma di chi? Di noi spettatori che oggettivamente riguardiamo un’ipotesi di come è potuta andare. Bella cosa. Bell’idea che poteva essere usata molto male.
Bello il sedile dal quale vedi il tuo vicino e pensi che sta per iniziare il tuo ultimo viaggio o il seguito di un modo pessimo di gestire il mondo.
Io: Che ne pensate ragazze, vi è piaciuto?
Bellezza 1: Il montaggio alternato è efficace, anche se l’impostazione “dogmatica” mi lascia interdetta…
Bellezza 2: Beh hai visto la profondità di campo? Bassissima, come nel miglior Jodorowsky…
Bellezza 3: E’ implicito l’uso di un metalinguaggio che toglie significato al significante.
Io: eee, ok ragazze allora teniamoci in contatto…
(nella foto, una delle ragazze che ho dovuto aiutare a coprirsi per via del vento del Nord).
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